GLI EROI ITALIANI DI SANTIAGO COSI' SALVARONO GLI OPPOSITORI

La Repubblica del 3.3.2016

Omero Ciai

«IN QUEI MOMENTI, quando accompagnavo i perseguitati politici cileni, sani e salvi all’aeroporto — ha scritto l’ambasciatore Roberto Toscano — pensavo che fare il diplomatico fosse il mestiere più bello del mondo». E sì, perché nella lunga notte della dittatura militare, ci fu un piccolo gruppo di diplomatici italiani che, lasciati senza istruzioni dalla Farnesina, scrissero a Santiago del Cile una delle pagine più belle e appassionanti della nostra solidarietà internazionale. E che oggi, in una cerimonia che si svolgerà a Roma, saranno premiati dall’ambasciatore del Cile inItalia, Fernando Ayala. «Un atto simbolico — dice Ayala — un riconoscimento alla grande generosità di tutti gli italiani verso i cileni perseguitati dalla dittatura negli anni Settanta».
Furono molti mesi, fra il settembre del ’73 e il 1975, nei quali l’ambasciata d’Italia a Santiago del Cile si trasformò in un rifugio, un’isola di salvezza, per centinaia di “asilados” politici braccati dalla polizia di Pinochet. A gestire l’ambasciata, nelle ore in cui Salvador Allende moriva suicida nel palazzo della Moneda preso d’assalto dai militari golpisti, c’erano Piero de Masi, primo consigliere e incaricato d’affari mentre l’ambasciatore era fuori sede e non sarebbe rientrato perché il governo italiano non riconobbe la giunta, Roberto Toscano, allora giovanissimo secondo consigliere e “addetto commerciale”, e Damiano Spinola. Più tardi arrivarono l’ambasciatore Tomaso de Vergottinie, dall’Argentina, i consoli Enrico Calamai e Emilio Barbarani.
«Non decidemmo nulla all’inizio — ricorda Toscano — ci capitò. I primi ad arrivare subito dopo il golpe furono gli italo-cileni, che l’ambasciata doveva proteggere. Poi tantissimi altri che saltavano il muro d’ingresso e si rifugiavano nella residenza. C’erano persone che erano state arrestate, spesso torturate, rilasciate, e poi nuovamente ricercate, o che comunque vivevano sotto l’incubo di un nuovo arresto ». De Masi, per concedere asilo ai rifugiati, s’inventò, nei dispacci che inviava alla Farnesina, la formula «Salvo diverse istruzioni…», che non arrivarono mai. Mentre Toscano trattava con il ministero degli esteri cileno la concessione dei salvacondotti che consentivano ai cileni di lasciare il Paese. Furono più di 750 i cileni messi in salvo grazie al lavoro del piccolo gruppo di diplomatici italiani a Santiago. «Per alcuni — ricorda ancora Toscano — l’amichevole reclusione nella nostra residenza durò qualche settimana, per altri un anno intero». In alcuni periodi nell’ambasciata ci furono fino a 250 rifugiati contemporaneamente. Uomini, donne, vecchi e bambini. «Tutti dormivano per terra su materassi della Croce rossa — ha ricordato Emilio Barbarani — stipati fin negli abbaini. C’erano solo cinque o sei bagni a disposizione e si formava una lunghissima fila anche solo per lavarsi e per radersi». Il momento più drammatico di quei mesi fu quando i militari, una notte durante il coprifuoco, gettarono il cadavere di Lumi Videla, una giovane militante del Mir, la sinistra rivoluzionaria, che avevano torturato e ucciso, nei giardini dell’ambasciata. I giornali della dittatura scrissero che era morta «uccisa dai suoi compagni durante un’orgia», e cercarono di costruire un casus belli per forzare l’ingresso della residenza diplomatica e arrestare tutti i rifugiati. Toscano raccontò com’erano andate veramente le cose, ma da quel momento divenne una persona non grata e — era il novembre del ‘74 — dovette abbandonare il Cile.
Fra i rifugiati passò persino Silvano Girotto, al secolo “Frate mitra”, famoso anni dopo in Italia perché collaborò con il generale Dalla Chiesa all’arresto del fondatore delle Brigate rosse, Renato Curcio. Girotto allora era un francescano missionario in Bolivia e aveva raggiunto il Cile per opporsi alla dittatura. «Era ferito a una spalla», ricorda Toscano, «lo curammo e poi partì per l’Italia». Lasciando una grossa pistola nascosta in un sacco di buste di latte in polvere. Molte altre ambasciate in quei mesi ospitarono e salvarono perseguitati politici. Ma tra quelle europee furono soprattutto la nostra e quella svedese. Per niente quella britannica.
Pensando all’oggi, ai siriani che fuggono dal terrore della guerra civile, Toscano è profondamente deluso. «È clamorosa la nostra indifferenza. Credo perché è morta la politica e viviamo nel tempo della paura. Il diverso, l’altro da noi, è percepito dalla gente soltanto come una minaccia. La storia della solidarietà che abbiamo vissuto negli anni del Golpe di Pinochet in Cile, ci può dare un’idea di quanto siamo cambiati oggi».

Il salto di qualità del terrore praticato dall’Isis

di Francesco Maria Greco

Corriere della Sera di mercoledì 2 dicembre 2015, pagina 31


ESTREMISMO IL SALTO DI QUALITÀ DEL TERRORE PRATICATO DALL’ISIS

Svolta. Gli attentati di Parigi hanno impresso un cambio di paradigma
L’influenza del Califfato è più estesa del previsto: sfrutta il nuovo nichilismo e i disastri post coloniali

La prima cosa che colpisce dopo gli at tacchi di Parigi è la sbalorditiva rapidità con cui gli attentati hanno impresso un cambio di paradigma alle analisi più receti sull’ Isis ed evidenziato un suo salto di qualità nel pianificare e proiettare terrore a grande distanza.
Fino a qualche mese fa era opinione comune, malgrado le dichiarazioni e le misure di cautela, che l’Isis non rappresentasse in fondo un pericolo esistenziale per l’ Occiden te e che il suo impatto sarebbe stato circoscritto alla sfera geografica musulmana. Nonostante le sue minacce di atti terroristici su larga scala contro i nostri Paesi, si ritenevano più probabili azioni perpetrate da lupi solitari come nel caso di Charlie Hebdo in gennaio o a Lione nel giugno scorso.
Si pensava comunque che l’Isis, grazie alla sua consumata abilità comunicativa , tendesse ad attribuirsi la paternità di atti di violenza magari organizzati localmente e con un limitato raccordo con il Comando centrale.
Si faceva un distinguo fra le capacità militari di tipo simmetrico a partire dalle prime vittorie nel giugno 2014 e una scarsa attitudine alla guerra asimmetrica a distanza, condotta finora da piccoli gruppi spontaneisti privi di una vera direzione strategica. Era stata già in sé un’amara sorpresa verificare come quel gruppo relativamente esiguo di militanti avesse sbaragliato l’esercito iracheno conquistando Mosul, seconda città del Paese, poi Tikrit e quindi occupando in Siria e nell’Iraq nordoccidentale un territorio vasto quanto la Gran Bretagna.
Sembra va il preludio del disfacimento delle frontiere e degl i Stati che videro la luce un secolo fa, la cui storia è s tata contrassegnata perlopiù da regimi autocratici, economie disastrate, oppressione politica. E tuttavia si è continuato a ribadire che Is i s andava reali sticam ente e semplicemente contenuto: colpisce oggi l’af fermazione di Obam a « il combattente riluttante» secondo cui l’ Isis è una minaccia reale e la Nato e gli Usa devono agire per indebolirlo e distruggerlo.
La lezion e di Al Qaeda non è stata sufficiente: non bastarono i due grandi attentati del 1998 contro le ambasciate americane in Kenia e in Tanzania, ci volle l’attacco dell’11 Settembre per mobilitare gli Usa contro le roccaforti di Osama Bin Laden in Afghanistan e Pakistan. Il secondo aspetto che emerge è l’acuirsi del dibattito fra chi sostiene che l ’autoproclama to Califfato abbia vere radici nella tradizione musulmana e chi controbatte che ha solo sequestrato una religione pacifica e distorto il messaggio coranico.
A parte la risposta di Thomas Friedman a chi lo accusava di islamofobia dopo l’attacco alle Torri Gemelle («non tutti i musulmani sono terroristi ma tutti i terroristi erano musulmani»), resta il fatto che una religione non può esser giudicata solo dai Testi ma dai comportamenti di tutti i suoi fedeli: dalle azioni, dalle affermazioni e dai silenzi. Le autorità francesi convivono con il terrorismo ininterrottamente dalla metà degli anni 90 per l’appoggio di Parigi al colpo di Stato algerino contro gli islamisti del Fis: l’antiterrorismo è diventato dunque una parte istituzionale dell’azione di governo alla stregua della lotta alla criminalità o ai disastri naturali.
Eppure la Francia ha fallito nel con tra stare una violenza che non è più strategica (con un preciso obiettivo politico) ma sistemica (sparare nel mucchio) e questo fallimento non è solo l’incapacità di scovare i potenziali assalitori ma tocca anche la comunicazione: nel cont asto fra chi demonizza l’Islam e chi vittimisticamente lo difende, i musulmani sono stati spesso dipinti come una «realtà specia le», o come mostri o come martiri.
Il modello francese di integrazione ha funzionato solo sul piano legale, ma non sulla autopercezione dei musulmani: ci sono ancora troppi che non si considerano cittadini francesi a parte intera e si rifugiano nella violenza come terapia contro la delusione e la rabbia sociale.
Ed è in questa idea della particolari tà musulmana che il nichilismo della distruzione e della «bella morte» possono attecchire.

VITA DI FILIPPO ANFUSO DA FIUME A SALÒ

Corriere della Sera, Martedì 22 settembre 2015
Lettere a Sergio Romano.

Filippo Anfuso venne condannato a morte in contumacia nel 1945 dall’Alta Corte di Giustizia per collaborazionismo con i nazisti e per crimini fascisti. Nel 1949 invece dalla Corte d’appello di Perugia venne assolto. Forse è normale che ciò sia avvenuto, ma la cosa mi lascia disorientato. Per inquadrare meglio la sua personalità potrebbe tracciarne un profilo? E vorrei capire qualcosa di più come funzionava la giustizia nel dopoguerra.
Filippo Ferreti , filippo.ferreti@libero.it

Caro Ferreti,
Filippo Anfuso sembrava destinato a una carriera giornalistica e letteraria. A Catania, dove era nato nel 1901, aveva pubblicato versi e racconti. A Roma, dove studiò giurisprudenza con Galeazzo Ciano, collaborava con parecchi giornali e nel 1919 fu inviato a Fiume dall’Idea Nazionale per raccontare l’«impresa » di d’Annunzio ai lettori del maggiore periodico nazionalista. Ma era anche attratto dal mondo della diplomazia e nel 1925 vinse insieme a Ciano il concorso del ministero degli Esteri. Fece alcune esperienze in Europa, tornò a Roma per lavorare al Gabinetto del ministro e ne divenne il capo quando Mussolini dette il ministero degli Esteri a Galeazzo Ciano, da qualche anno suo genero. Ma Anfuso non fu mai un «raccomandato». Era brillante, acuto, bene informato e destinato ad avere un ruolo di primo piano nella politica estera italiana sino a quando la logica dell’alleanza con la Germania rese Mussolini sordo ai consigli e agli ammonimenti dei suoi principali collaboratori. Ma questo non impedì che Anfuso, anche quando non condivideva le iniziative di Mussolini, ne subisse il fascino. Chiese di lasciare Roma e divenne ministro a Budapest, ma quando Mussolini fu liberato dal Gran Sasso, dopo l’armistizio dell’8 settembre, gli inviò un telegramma per dirgli che sarebbe stato con lui «sino alla morte». Grato per questa manifestazione di lealtà, il capo della Repubblica sociale italiana, come fu chiamato lo Stato fascista, lo nominò ambasciatore a Berlino e, poche settimane prima della fine della guerra, viceministro degli Esteri. Anfuso stava rientrando a Salò il 25 aprile 1945 quando incrociò i comandi tedeschi in fuga e capì che tutto ormai era finito. Sapeva che il 12 marzo, a Roma, un tribunale lo aveva accusato di complicità nell’assassinio dei fratelli Rosselli, in Francia nel 1937, e lo aveva condannato a morte con «fucilazione alla schiena ». Era a Parigi in cerca di un rifugio, nell’ottobre del 1945, quando fu arrestato dalle autorità francesi per le stesse ragioni. Rimase nelle prigioni francesi per tre anni, dal 1945 al 1947, e in quella di Fresnes, dove passò il periodo più lungo, dovette saziare la curiosità dei suoi compagni di carcere, quasi tutti criminali comuni, che continuavano a fargli domande su Mussolini. Quando la magistratura francese decise che nel caso dei fratelli Rosselli non vi era «luogo a procedere », andò in Spagna dove riprese la sua attività giornalistica. Tornò in Italia nel 1949, quando venne assolto dal Tribunale d’appello di Perugia, e intraprese una nuova carriera politica nel Movimento sociale italiano. Alla sua domanda sul funzionamento della giustizia in Italia, caro Ferreti, posso soltanto rispondere che le sentenze del 1945 risentivano del clima giacobino e «giustiziero» che dominava allora una parte della politica italiana. Per rappacificare gli animi giunse nel 1946 l’amnistia decretata dal ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti.
Sergio Romano

L’Iran non vuole né la guerra né la pace

di Toscano Roberto

La Stampa di mercoledì 5 agosto 2015, pagina 1

L’ultimo libro dell’ayatollah Khamenei («Palestina») non sarà di certo un best-seller ma, ancora prima di essere in distribuzione in una versione integrale in lingua inglese, ha subito dato il via a una serie di allarmate considerazioni. A poca distanza dallo storico accordo sul nucleare, Khamenei sembra riproporre il profilo di un regime tutt’altro che disponibile al dialogo e invece radicalmente intransigente nel riaffermare una propria invariata identità antiamericana e antisionista.

Con uno scenario di indebolimento di Israele sotto la pressione di Hezbollah e di Hamas al punto da indurre la sua popolazione a lasciare il Paese. Si potrebbe dire, un disegno che è di pulizia etnica invece di genocidio, ma che rimane inaccettabile e crimin ale.
Una certa cautela nel dare per buona l’anticipazione ci viene suggerita dalla sua fonte: Amir Taheri, un emigrato iraniano con un curriculum giornalistico non troppo attendibile fatto di ripetuti scoop spesso rive- latisi infondati.
Eppure i contenuti del presunto libro non sono affatto incredibili. Essi confermerebbero anzi le valutazioni di molti analisti della politica iraniana sulla fase che si è aperta con l’accordo nucleare di Vienna.
Non si tratta, come qualcuno cercherà certamente di dedurre soprattutto a Washington, di una marcia indietro del regime sull’accordo stesso, ma se mai di una conferma che – come del resto non ha mancato di sottolineare il presidente Obama – l’intesa sul nucleare non comporta il superamento delle rivalità geopolitiche e ancor meno un abbandono da parte del regime iraniano dei suoi tratti identitari e delle sue ambizioni.
Come ha scritto qualche giorno fa il presidente dell’American Iranian Council, un’organizzazione di cittadini americani di origine iraniana, la linea invariabilmente e coerentemente sostenuta da Khamenei nei suoi rapporti con Washington è «Niente guerra, niente pace». Convinto che l’inasprirsi, soprattutto con le sanzioni, del rapporto con gli Stati Uniti avesse fatto troppo pendere l’ago della bilancia verso l’ipotesi di un conflitto – sicuramente disastroso per il Paese e per il regime – Khamenei ha dato il proprio sostegno al presidente Rohani e al ministro degli Esteri Za- rif, permettendo così che, con l’accettazione di un sostanziale compromesso, si potesse raggiungere l’accordo. Ma il Leader Supremo ha altrettanto paura della pace quanto ne ha della guerra, e allora in questa fase - resa delicata dagli entusiasmi dei cittadini iraniani, che tornano a sperare in un Paese più libero – si capisce che voglia cercare non solo di smorzare le speranze, ma di rendere impossibile, alzando i toni della retorica e dell’ideologia, ulteriori passi avanti in un cammino che, nella sua ottica di conservazione del regime, potrebbe portare troppo avanti e risultare incontrollabile.
Negli incubi di Khamenei c’era senz’altro la fine di Saddam, ma oggi probabilmente prevale la consapevolezza delle conseguenze del ruolo di Gorbaciov, cioè della fine di un regime in parallelo con un processo di negoziato e distensione.
Il regime iraniano, in altri termini, non ritiene di potersi permettere né la guerra né la pace.
Ma l’errore dei regimi, di tutti i regimi, è quello di ritenere di poter controllare con ideologia e repressione l’andamento di grandi fenomeni sia a livello internazionale che all’interno delle singole soc iet à.
Khameni può ammonire, scrivere, intimidire. Ma il popolo iraniano, che con l’accordo sul nucleare comincia a intravedere la possibilità di ottenere senza guerra e senza rivoluzioni un miglioramento delle proprie condizioni sia in termini di benessere che di libertà, non verrà facilmente distolto dalle proprie a spirazioni.
Sul piano internazionale, poi, in Iran si rafforza il consenso sul fatto che le esigenze di sicurezza del Paese non richiedono certamente una retorica truculenta stile Ahmadinejad e un avventurismo stile «molti nemici/molto onore», ma la disponibilità a raggiungere con americani ed europei su altri temi (per primo la Siria) compromessi come quelli che hanno permesso l’accordo nucleare.

USA-RUSSIA IL NUOVO DIALOGO CHE FA SPERARE

di Stefanini Stefano

La Stampa, venerdì 17 luglio 2015, pagina 1

Usa-Russia Il nuovo dialogo che fa sperare Storico o meno – alla storia l’ardua sentenza – l’accordo nucleare con l’Iran sta già rimescolando le carte della scena internazionale.

I Nei festeggiamenti della piazza di Teheran si respira un desiderio di normalità, che è la grande scommessa strategica dell’accordo. Netanyahu ha scelto l’opposizione ad oltranza puntando sulla sponda del Congresso repubblicano, mentre Arabia Saudita e paesi del Golfo sono più guardinghi nella loro contrarietà. I mercati energetici guardano nervosamente alla prospettiva di ritorno della produzione iraniana di petrolio e gas per paura di ulteriore caduta dei prezzi; intanto le compagnie si affrettano a riaprire gli uffici a Teheran.
E improvvisamente Stati Uniti e Russia si ritrovano dalla stessa parte della barricata in una crisi internazionale capace di fare la differenza fra guerra e pace, negli equilibri regionali del Medio Oriente e del Golfo e nello scricchiolante regime di non proliferazione. Non accadeva da tempo.
Barack Obama ha ringraziato Vladimir Putin. Si è anche detto sorpreso del ruolo della Russia nella fase finale e decisiva del negoziato. Sorpresa non del tutto sorprendente. Dall’inizio della crisi ucraina, se non dal ritorno al Cremlino, Vladimir Putin non aveva mostrato gran volontà di collaborare con Washington sulla scena internazionale. Aveva preferito farsi capofila e portavoce dei Bric (Brasile, Russia, India, Cina) in contraddittorio con l’America. Il rapporto è poi precipitato con l’Ucraina, l’annessione della Crimea e la guerra strisciante nel Donbass. Il segnale di una svolta nell’aria è venuto in maggio, con l’inattesa visita del Segretario di Stato americano a Sochi. Entrambe le parti avevano rispolverato la collaborazione russoamericana nella sicurezza internazionale e nel Medio Oriente. L’Iran ne è subito stata la prova del fuoco.
Il candore del Presidente americano riflette la partita interna che egli sta giocando, perlomeno altrettanto difficile quanto quella giocata con gli ayatollah iraniani. Se quella è stata una sofferta maratona, questa è un combattuto Super Bowl in cui i rischi maggiori vengono dal fuoco amico. Di qui il misto di ferma determinazione ma anche di frustrazione tradito da Obama nella conferenza stampa di mercoledì. Gli oppositori dell’accordo, ha detto, devono dimostrare perché non credano ad un accordo a cui crede «il resto del mondo».
Stanti l’opposizione israeliana e del mondo arabo sunnita, il resto del mondo significa i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu. Con Pechino defilata, significa soprattutto la Russia. Avere a bordo Mosca ha permesso di mettere sotto pressione Teheran con le sanzioni, prima, di giungere ad un accordo dopo venti mesi di trattative, poi. Se John Kerry ne è stato il motore indispensabile, se Federica Mogherini ha saputo abilmente valorizzare la presenza dell’Unione Europea, la stretta finale richiedeva anche la consumata esperienza di Sergey Lavrov.
Ai tempi della guerra fredda si sarebbe parlato di disgelo. Nel mondo del XXI secolo è qualcosa di più e qualcosa di meno. Di più, perché Washington e Mosca non hanno più il duopolio del potere internazionale. Devono fare i conti con altri concorrenti e con sfide alla sicurezza, come il terrorismo e lo Stato islamico, che li vedono entrambi minacciati. Quando c’è un nemico o più nemici comuni il percorso della collaborazione è più invitante. Di meno perché la crisi ucraina rimane un macigno, al centro di fragilità europee, che non è facile rimuovere. Di meno perché è stata incrinata l’architettura di sicurezza costruita pazientemente negli anni, specie nelle forze convenzionali.
Stati Uniti e Russia hanno ripreso a parlarsi e hanno evidentemente trovato argomenti sui quali lavorare insieme nell’interesse reciproco. Dopo l’accordo nucleare con l’Iran, viene la Siria. Obama e Kerry l’hanno già indicato. Dal canto suo Putin ha una via d’uscita dal vicolo cieco del confronto sull’Ucraina: l’attuazione dell’accordo di Minsk di febbraio. Sta a lui percorrerla o meno.
Senza troppe illusioni, dialogo e un minimo di ritrovata fiducia fra Russia e Stati Uniti possono portare lontano. Andranno costruiti e valutati passo per passo. Siamo solo al primo.

IL PERICOLO NON VIENE PIU' DA TEHERAN

di Roberto Toscano

La Stampa, mercoledì 15 luglio 2015 (pagina 1)

Oltre dieci anni di negoziati accompagnati da accanite polemiche e da quasi quotidiani dibattiti a livello politico e tra esperti. Ultimamente, una serie di scadenze che non erano tali, proroghe, negoziati ad oltranza. Finalmente, un accordo. Un accordo la cui importanza è dimostrata nello stesso tempo sia dalla difficoltà di raggiungerlo che dalla determinazione di entrambe le parti di conseguirlo nonostante critiche, accuse, ostilità e dubbi.
Per quanto riguarda le difficoltà, non ci si dovrebbe lasciare trarre in inganno dalle pur autentiche complessità del dossier nucleare, per superare le quali è stata necessaria tutta l’abilità di negoziatori di grande professionalità. Se si fosse applicato il Tnp, il Trattato di non-proliferazione, una soluzione sarebbe stata trovata oltre dieci anni fa, ai tempi del governo riformista di Khatami, allora pronto ad accettare sostanzialmente gli stessi compromessi che sono alla base dell’intesa di Vienna. In sintesi, un do ut des fra riconoscimento del diritto iraniano all’energia nucleare e l’accettazione di limiti e ispezioni.

Ma l’Iran era considerato «speciale» per tutta una serie di motivi: il lungo isolamento internazionale; la reciproca ostilità con gli Stati Uniti, retaggio di una storia difficile da superare; il sospetto delle sue ambizioni egemoniche da parte dei Paesi arabi del Golfo; le accuse israeliane di antisemitismo e intenzioni genocide, alimentate dalla retorica islamopopulista di Ahmadinejad.
Se alla fine un accordo è stato raggiunto è perché sia americani che europei sono arrivati alla conclusione che - al di là della storia, delle rivalità geopolitiche, della retorica rivoluzionaria - l’Iran è in realtà un Paese razionale, come ha detto Obama commentando l’accordo, e che quindi con l’Iran si possono raggiungere intese, accettare compromessi basati su considerazioni di interesse nazionale piuttosto che di ideologia, instaurare rapporti fatti di una miscela di collaborazione e contrapposizione, di contenimento e riconoscimento di legittimi interessi nazionali.
Il vero scontro sull’opportunità o meno di arrivare a un accordo sul nucleare, uno scontro che rimane aperto e che ancora potrebbe produrre sorprese (soprattutto nel Congresso americano - dove, come ha detto Obama, per evitare una bocciatura potrebbe essere necessario l’uso del veto presidenziale), non è mai stato, nonostante le apparenze, davvero centrato sul numero di centrifughe o sulle scorte di uranio arricchito, ma sulla natura del regime iraniano, sul suo ruolo regionale, sulle sue ambizioni geopolitiche.
E’ al riguardo rivelatore che negli ultimi giorni il negoziato abbia minacciato di arenarsi su un tema che non ha niente a che vedere con il nucleare, l’embargo alla vendita di armi all’Iran che l’accordo di Vienna mantiene comunque per i prossimi cinque anni - e che i nemici dell’intesa, invece di prospettare improbabili «primi colpi» nucleari iraniani contro Israele, abbiano messo l’accento sul pericolo che la fine delle sanzioni possa mettere a disposizione del regime iraniano enormi risorse finanziarie aggiuntive da adibire a una politica eversiva ed espansiva a livello regionale.
Ma è proprio dal contesto regionale che è dipesa la disponibilità al compromesso (inevitabile quando non si tratta di una pura e semplice resa) da parte del Presidente Obama, e non solo. Si fa davvero molta fatica, oggi, ad accogliere la tesi di Netanyahu sull’Iran come nemico principale e minaccia alla stabilità regionale se non mondiale nel momento in cui lo Stato Islamico rivela non solo una tremenda sostenibilità militare, ma anche ambizioni espansive dal punto di vista sia ideologico che territoriale. Ambizioni che il regime iraniano ha da tempo abbandonato, dopo i primi anni di illusioni rivoluzionarie, per una realistica constatazione dell’impossibilità di estendere a livello regionale il khomeinismo per un Paese irrimediabilmente minoritario, in quanto persiano e non arabo, sciita e non sunnita.
L’Iran rimane anche dopo l’accordo sul nucleare un interlocutore/avversario problematico ma tutt’altro che irrazionale o fanatico. Se mai cinico, abile nella strategia e nella tattica, ma nel perseguimento del proprio interesse nazionale e non di un disegno smisurato ed apocalittico (il Califfato) come quello dello Stato Islamico. Uno Stato Islamico la cui minaccia crediamo abbia non poco pesato nel convincere i 5+1 della necessità di raggiungere, attraverso la rimozione dell’ostacolo costituito dalla questione nucleare, un tipo di rapporto meno conflittuale con l’Iran, nella convinzione che Teheran possa costituire, come già peraltro sta già facendo in Iraq, un indispensabile baluardo contro l’avanzata dello Stato Islamico e la minaccia di un crollo dello Stato iracheno.
A Vienna si è pensato certamente all’Iraq, e anche alla Siria, dato che soltanto un deciso intervento iraniano potrebbe fare pendere la bilancia verso quella soluzione diplomatica che Assad, incapace di prevalere ma difficile da sconfiggere militarmente, po- trebbe accettare soltanto dietro pressione del suo alleato principale, l’Iran. Un Iran che non è da escludere che sia pronto ad accettare un compromesso piuttosto che correre il rischio che la Siria finisca per cadere sotto il controllo del jihadismo più radicale, contemporaneamente anti-occidentale e anti-iraniano. E’ una scommessa forte e non priva di azzardo, ma non molto diversa da quella che fu a suo tempo alla base della distensione con l’Urss e della normalizzazione con la Cina, avversari ben più minacciosi, militarmente e ideologicamente, di quanto non sia mai stato l’Iran. Una scommessa il cui esito promette (o minaccia, come ritiene chi la teme) di ristrutturare l’intero quadro geopolitico del Medio Oriente e - va aggiunto - anche di determinare profonde trasformazioni interne nel regime iraniano.
E’ chiaro che Obama, accettando di iniziare un difficile processo di normalizzazione con l’Iran, abbandona - e sauditi ed israeliani difficilmente lo perdoneranno per questo - il disegno, tanto ipotetico quanto rischioso, di un cambiamento di regime, ma faremmo bene a notare che non solo i cittadini iraniani, ma anche la stragrande maggioranza della diaspora iraniana, senza escludere i più coraggiosi dissidenti, la cui credibilità politica e morale è dimostrata dalla repressione patita, salutano questo accordo come la promettente premessa di un cambiamento nel regime capace di aprire la strada all’emergere di un Paese più prospero e più forte anche internazionalmente, non più isolato e boicottato. La speranza è che in queste condizioni diventi più facile riprendere anche se gradualmente un disegno di cambiamento in senso democratico. Proprio per questo motivo non mancano, nelle correnti più radicali del regime, timori sulle possibili ripercussioni interne dell’accordo concluso a Vienna.
Subito chi è contrario all’accordo lo ha definito «un regalo agli ayatollah» basato su pericolose concessioni. A Teheran, invece, è grande festa popolare, non di regime.

IL PERICOLO DEL CONTAGIO ANTI-EUROPEO

di Stefanini Stefano

La Stampa, giovedì 9 luglio 2015, pagina 23

Non sappiamo cosa voglia Alexis Tsipras. La residua pazienza delle altre capitali si sta esaurendo. Dopo il passaggio di ieri al Parlamento europeo, sappiamo però cosa sta conseguendo, volutamente o meno: la distruzione del tessuto che tiene insieme Europa e Occidente. Il primo ministro greco sta demagogicamente aprendo il vaso di Pandora di risentimenti, recriminazioni, nazionalismi, spaccature che sembravano definitivamente sopiti. Sta cavalcando una nuova divisione Nord-Sud del continente. Questi, molto più dell’uscita della Grecia dalla moneta unica sono i veri pericoli che oggi corre l’Europa.
Neanche i greci sanno cosa voglia Alexis Tsipras. Sanno quanto gli ha promesso: di conservare l’euro e di fare meno sacrifici. Sei su dieci gli hanno creduto e hanno votato no al referendum di domenica. Dato che la promessa è irrealizzabile, al primo ministro ellenico non rimaneva che prendere tempo a Bruxelles e fare della Grecia un caso politico sul palcoscenico di Strasburgo.
Poco importa che, il giorno prima, 27 suoi pari, convocati d’urgenza per ascoltare le nuove proposte di Atene, fossero rimasti di stucco nel sapere che sarà per un altro vertice domenicale (tanto c’è tempo…); poco importa la scia di frustrazione e incredulità che si era lasciato alle spalle in nottata; poco importano le banche greche chiuse per la seconda settimana di fila, in piena stagione turistica; poco importa la paralisi economica e finanziaria, senza precedenti in un paese europeo; poco importano, passata l’euforia del referendum, le ansie ed incertezze della gente; poco importa il precipitoso avvicinarsi del 20 luglio quando Atene dovrà pagare altri 3,5 miliardi di euro alla Banca Centrale Europea. Tsipras continua a sottrarsi al negoziato sui fatti e a cercare conforto nella retorica della responsabilità altrui, in particolare delle istituzioni, europee e finanziarie, per la situazione in cui versa oggi la Grecia.
Finché il messaggio era rivolto agli elettori greci era politica interna. Ieri il primo ministro greco ha cercato di elevarlo a politica europea. Trovava una «audience» in buona parte recettiva, grazie ad un’infausta somma di malintese solidarietà: ideologiche, geografiche e soprattutto anti-europee. Nulla di quanto ha detto ieri Tsipras può essere bollato come ostile all’integrazione europea. Al contrario, egli ha rivendicato l’appartenenza della Grecia all’Unione e la volontà di rimanere nell’euro. Ma non ha battuto ciglio agli accenti anti-tedeschi del connazionale Eleftherios Synadinos. Molti degli applausi più convinti sono venuti dai banchi del Fronte Nazionale e della Lega Nord. Tsipras, che ascoltava compiaciuto Farage e Le Pen, non può non rendersi conto di portare acqua al mulino dei nemici dell’Unione. Può non essere il suo obiettivo, ma il risultato è devastante.
La galassia anti-europea va a nozze con la crisi greca – e con il suo incancrenirsi per cinque mesi. Le insolite alleanze fra apparenti antipodi, fra Mélénchon e Le Pen in Francia, fra Brunetta e Grillo in Italia, saranno anche tattiche, ma hanno un effetto dirompente. Tsipras sta mettendo nelle loro mani il grimaldello per far saltare la costruzione europea. E’ un premio sufficiente per far causa comune. Poi, fra le macerie, se ne divideranno le spoglie.
Chi, in Italia e in Europa, ha ancora il senso della ragione non può prestarsi a questo gioco. L’Europa conosce la tragedia delle ondate populiste e nazionaliste. Ue e Nato sono l’unico vaccino contro un virus ricorrente nella nostra storia.

Roberto Toscano su La Stampa del 1 ottobre (pag. 1) ha pubblicato un editoriale dal titolo "La guerra globale delle parole".


La Stampa, 1 ottobre 2014
La guerra globale delle parole

La politica, si sa, è fatta anche – e talora sembra soprattutto – di parole. Parole usate spesso in modo strumentale, illogico, incoerente, con l’unica finalità non di definire ma di mobilitare consenso, squalificare l’avversario, confondere le acque per poter meglio pescare nel torbido. Viene in mente il dialogo di Alice con Humpty Dumpty: «Quando uso una parola – dice Humpty Dumpty – la parola significa quello che io voglio che significhi, né più né meno». Quando Alice gli ribatte: «Il punto è se puoi dare alle parole tutti i significati che vuoi», Humpty Dumpty replica: «Il punto è chi comanda. Tutto qui».

Che la cosa sia grave lo vediamo prendendo come esempio le forme più disumane della violenza organizzata: genocidio, terrorismo, tortura. 

Cominciamo dal genocidio, certo il più atroce fra i crimini. Una definizione esiste, e la troviamo nella Convenzione del 1948 sulla Prevenzione e Punizione del Genocidio: «Atti commessi nell’intento di distruggere in quanto tale, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». 

È evidente che non possiamo aspettare di trovarci di fronte a un’altra Shoah per ritenere applicabile la Convenzione del 1948, ma non sembra nemmeno da accogliere un’estensione arbitraria del concetto: capita un giorno sì e uno no di sentire parlare di genocidio di fronte ai più svariati episodi di violenza, che magari andrebbero definiti come crimini di guerra o crimini contro l’umanità. Il risultato è la banalizzazione di un concetto che finisce per svalutarlo e renderlo un epiteto invece di una precisa definizione da preservare in tutto il suo valore legale, politico e morale.

Il criterio fondamentale, più che sul numero delle vittime, dovrebbe riferirsi all’intento. È qui che risulta possibile, ad esempio, distinguere fra genocidio e un altro crimine, la pulizia etnica. Il genocida non vuole che la sua vittima fugga, la vuole eliminare: i nazisti che catturavano gli ebrei che cercavano di fuggire, i miliziani hutu che fermavano ai posti di blocco e massacravano con i machete i tutsi avevano un intento ben diverso da quello delle milizie balcaniche che, nel conflitto sorto dalla disgregazione della Jugoslavia, ne colpivano cento per farne fuggire mille. Ma proprio per questo Srebrenica fu genocidio e non pulizia etnica: lo scopo era proprio sterminare quelle migliaia di musulmani bosniaci catturati.

Ancora più grave la clamorosa ed intenzionale confusione semantica di fronte al termine «terrorismo», con bandi opposti impegnati, in spregio alla coerenza e persino alla logica formale, ad affermare (nei confronti degli avversari) o a negare (per se stessi) l’applicabilità della definizione. La strumentalizzazione è arrivata al punto da impedire, a differenza dal genocidio, di arrivare in sede Onu ad una definizione universalmente accettata.

Eppure non è difficile definire il terrorismo come uso della violenza contro un obiettivo privo in sé di valore militare (si tratta soprattutto di civili indifesi) al fine di piegare la volontà dell’avversario, si tratti di governi o di gruppi etnici, religiosi, politici.

Il problema è che, invece di definire il terrorismo come strumento, lo si definisce come causa, da condannare o difendere. Si appiccica la qualifica di terrorista con grande disinvoltura: sono terroristi, per il regime militare egiziano, i Fratelli Musulmani (e persino i giornalisti di Al Jazeera), e sono terroristi, per il governo ucraino, i ribelli filorussi del Donbass, mentre Putin reciproca definendo terroristi i rivoltosi del Maidan. Per il regime saudita sono terroristi, per legge, tutti gli oppositori, compresi quelli che si limitano ad usare criticamente la scrittura e i social media. Per Hamas, chi uccide tre adolescenti ebrei è un combattente per la libertà, per il governo israeliano i palestinesi che attaccano unità militari sono terroristi. E George W. Bush, dopo l’11 settembre, decretò una «Guerra globale al terrore». Ma il terrorismo non è una causa, tanto è vero che può essere usato dalla mafia (le bombe agli Uffizi e a una chiesa di Roma), dagli animalisti, dagli antiabortisti, dagli ambientalisti (l’Unabomber). Ed è anche problematico definire come terroriste organizzazioni che usano lo strumento del terrorismo in una certa fase per poi passare alla guerriglia o all’azione politica. È vero di Hezbollah, passato da una fase chiaramente terrorista a base di attentati e rapimenti ad essere oggi una miscela di struttura combattente e partito politico, ma è vero anche del sionismo radicale (pensiamo alla figura di Shamir, passato dalla militanza in un’organizzazione terrorista alla politica). E che dire del Sinn Fein irlandese, proiezione politica dell’Ira, e oggi legittimo partito politico?

Oggi si parla dello «Stato Islamico» come organizzazione terrorista, e certo sgozzare online prigionieri innocenti è un’azione terrorista. Ma a che serve definire terrorista non l’azione ma l’entità che la compie, quando in realtà si tratta di una struttura militare capace di esercitare controllo su un territorio e schierare reparti combattenti? Volendo fare paralleli, sono più simili ai Khmer Rossi cambogiani che alla stessa Al Qaeda – che infatti, rimasta ad operare nella dimensione terrorista, si vede oggi scavalcata da un progetto politico-militare ben più ampio ed ambizioso.

Ed infine, la tortura. Con un’amministrazione americana, quella di Bush Jr., che negava di averla mai praticata, parlando invece eufemisticamente di «tecniche di interrogatorio potenziate». Grottesca è specialmente la negazione del fatto che il «waterboarding» costituisse tortura, quando risulta che questa vera e propria «tortura dell’acqua» (svolta esattamente con le stesse modalità di quelle adottate dagli americani nei confronti dei detenuti di Al Qaeda) fosse, assieme alla tortura del fuoco e a quella degli strappi di corda, uno tre dei metodi standard usati dall’Inquisizione spagnola.

Il diritto internazionale ha percorso un lungo e contrastato cammino verso la limitazione della violenza bellica, sia dal punto di vista degli strumenti ammessi che dei bersagli legittimi. Genocidio, terrorismo e tortura, invece, non vanno regolati, ma messi assolutamente e incondizionatamente fuori legge. Sarà però impossibile farlo se non ci si metterà prima d’accordo, rispettando un minimo di logica e coerenza, sulle definizioni. Vasto programma, di certo, ma non per questo da eludere.

Roberto Toscano

I giovani colleghi Marco Cardoni e Andrea Marino hanno pubblicato un breve saggio dal titolo LA TURCHIA IN AFRICA: UN NUOVO MODELLO DI PARTNERSHIP REGIONALE". Il breve saggio è stato pubblicato online dall'ISPI su Analysis N. 271, Settembre 2014.

Ecco la scheda descrittiva:
Il dinamismo che la politica estera turca ha assunto nei confronti dell'Africa sub-sahariana è un fenomeno particolarmente interessante nello scenario delle relazioni internazionali negli ultimi anni. L’attenzione dell’opinione pubblica, del mondo accademico e degli analisti di relazioni internazionali per l’azione turca nel continente africano trova la sua causa sia nelle modalità con cui essa si sta sviluppando, e che potrebbero assurgere a modello per altri attori, sia per le sue implicazioni e possibili conseguenze nel medio termine – tanto per i partner africani quanto per la stessa Turchia. Essa s’inquadra nel nuovo corso impresso alla politica estera turca dal neo premier Ahmet Davutoğlu, prima consigliere di politica estera e dal 2009 al 2014 ministro degli Affari Esteri, uno dei principali teorici del ruolo della Turchia come potenza regionale. Come accademico, nel suo Profondità strategica. La posizione internazionale della Turchia egli aveva, infatti, sostenuto che il paese dovesse estendere il proprio raggio d’azione, sfruttando la sua peculiare posizione geografica, in modo da bilanciare il ruolo nella Nato e i legami con l'Unione Europea attraverso la creazione di più alleanze.


L'intero testo è disponibile sul sito:
http://www.ispionline.it/it/pubblicazio … nale-11062

Sul Corriere della Sera (Pagina 34) del 14 settembre 2014, Antonio Armellini ha pubblicato un articolo dal titolo "L'India che cambia. Le ambizioni di Modi e il destino dei marò"

Le ambizioni di Modi e il destino dei marò
di ANTONIO ARMELLINI

Vi sono delle interessanti somiglianze 1 fra Io stile politico e le vicende di governo a New Delhi e Roma. Narendra Modi ha preso il controllo di un partito in crisi di identità, « rottamando» una intera generazione. Ha lanciato una campagna elettorale imperniata sull'effetto di annuncio, vincendola alla grande. Ha inaugurato uno stile di governo verticistico, ridimensionando il potere dei ministri. Ha dichiarato guerra alle inefficienze della burocrazia e lanciato una crociata contro la corruzione. Ha proposto un ambizioso programma di liberalizzazioni, promettendo i primi risultati dopo cento giorni. Ha annunciato una riforma epocale della scuola, investimenti di ampio respiro per la modernizzazione di trasporti, infrastrutture e comunicazioni. Ha promosso una riforma del sistema bancario per portare «ogni famiglia ad avere un proprio conto corrente». I cento giorni sono passati e l'asticella temporale è stata spostata più avanti. La fronda interna al partito del BJP non è scomparsa. La politica degli annunci da segni di stanchezza. Privatizzazioni e liberalizzazioni procedono più lentamente del previsto. La rivoluzione annunciata nell'azione di governo si scontra con resistenze tanto al centro, come nelle burocrazie degli Stati dell'Unione. Qualche risultato è arrivato: sarebbero oltre ottanta milioni i conti correnti aperti a seguito della riforma; alcuni grandi progetti in frastnitturali sono stati lanciati; la corruzione comincia ad essere percepita come un problema anziché come un fatto ineluttabile; è stata abolita la Commissione centrale di pianificazione, ultimo residuo dello statalismo nehruviano. La luna di miele nei confronti di un governo ricco tanto di annunci come di rinvii si è appannata, mentre resta alto il consenso personale per il Premier, la cui abilità retorica Io pone una spanna al di sopra di alleati ed awersari. Echi di casa nostra, insomma. Sulla politica estera Modi ha innovato in profondità. Partendo dall'assunto che per ottenere Io status di Superpotenza globale Ilndia deve innanzitutto costruirsi un'area di influenza nella regione, ha rilanciato la loofc East policy (politica che guarda a Oriente) che languiva dagli anni Novanta, con una azione diplomatica a tutto campo in cui ha lasciato poco spazio ad Europa e Occidente. Con un colpo di teatro ha invitato alla sua cerimonia di inaugurazione i capi di governo di tutti i Paesi vicini, ponendo fine a decenni di cattivi rapporti. A Tokyo ha consolidato con Shinzo Abe un rapporto che marcia sull'onda di centinaia di milioni di investimenti giapponesi. Con il primo ministro australiano Tony Abbott ha firmato a Delhi un accordo vitale sul nucleare. Con Xi Jinping, anche lui in arrivo a Delhi, potrà discutere su come dare un taglio non conflittuale alla competizione con la Cina, che rappresenta la vera ossessione della politica indiana. A New York infine, Io attende un incontro con Obama, a margine dell'Assemblea generale dell'Orni. La creazione di un triangolo di sicurezza in Asia con Giappone e Australia fa parte di un disegno geostrategico a trecentosessanta gradi, indice della volontà di un Paese che ragiona in termini di rapporti di forza, si sente pronto ad un ruolo globale e stenta a capire quale sia la natura e il peso delI'Ue. Paradossalmente, tutto ciò potrebbe non tornare a sfavore di una soluzione della vicenda di Latorre e Girone. A parte l'arbitrato internazionale, abbiamo poco da mettere sul piatto dei rapporti di forza bilaterali. L'Italia è vista dall'India come un Paese simpatico ma nell'insieme non rilevante; la querelle con noi ha un peso secondario e la stampa le dedica attenzione solo quando viene agitato il vessillo della dignità nazionale. Per contro, forte è l'interesse indiano a non vedere scalfita la sua ambizione a svolgere un ruolo di primo piano sulla scena mondiale. La correlazione fra l'interesse italiano a riportare a casa i marò, e quello indiano di evitare inutili intoppi alla scalata verso il Consiglio di sicurezza, potrebbe aprire spazi paralleli per un negoziato serio. II permesso accordato a Massimiliano Latorre è un segnale positivo ma limitato: siamo pur sempre dinanzi ad una sorta di libertà condizionata. Resta da capire se Modi sia disposto a fare un passo avanti per chiudere davvero questa vicenda.

Su La Repubblica del 12 settembre 2014 (pag. 31), Ferdinando Salleo ha pubblicato un articolo dal titolo "Lo Strabismo di Putin"

Ecco l'incipit:
GIOCATORE d’azzardo più che scacchista, entrambe tradizioni russe, Vladimir Putin sta conducendo su molti fronti una partita internazionale in cui i rischi del lungo periodo mettono in ombra il successo tattico delle spregiudicate iniziative che gli hanno permesso gli eventi locali spesso .....

Ferdinando Nelli Feroci ha pubblicato sul Il Sole 24 Ore dell'11 settembre 2014 (pag.31) un articolo dal titolo "Competitività anima della crescita"

Competitività anima della crescita

Nell'ambito del cruciale dibattito in corso sul rilancio della crescita e dell'occupazione in Europa, il rafforzamento della competitività delle nostre imprese ha assunto un ruolo decisivo. L'industria, infatti, contribuisce per circa l'80% delle esportazioni europee e per un ammontare simile per quanto riguarda la capacità innovativa del nostro sistema. Senza una forte base industriale è difficile rilanciare la crescita e riassorbire l'elevata disoccupazione. Purtroppo, dal 2008 abbiamo perso circa 3,5 milioni di posti di lavoro nel manifatturiero e la quota sul Pil Ue generata dall'industria è scesa al 15,1%.

È prioritario invertire il declino. Rimettere in moto la crescita significa trovare ricette giuste per rendere le aziende attori dinamici sui mercati globali.
I rapporti sulla Competitività degli stati membri e sulla Competitività dell'industria europea, appena pubblicati, presentano un quadro di luci e ombre. Se da un lato abbiamo Stati membri con elevata competitività di sistema, dall'altra abbiamo paesi che arrancano e che vedono ridursi sempre più la loro presenza sui mercati mondiali. Discorso analogo per i vari comparti produttivi europei, dove a fronte di punti di forza, come il farmaceutico, la chimica, la meccanica, l'industria automobilistica e l'alta gamma, esistono settori in sofferenza e piccole e medie imprese (Pmi) sempre più in difficoltà.

I due rapporti cercano di individuare i punti di forza e di debolezza del panorama industriale Ue e mirano a ispirare le politiche della competitività a livello Ue e dei singoli Stati. I maggiori problemi che abbiamo identificato riguardano la debolezza della domanda interna, la mancanza d'investimenti, alti prezzi dell'energia e un contesto amministrativo-regolamentare talvolta eccessivamente oneroso per le imprese. La chiave del nostro rilancio economico risiede nella ripresa della domanda interna. Al di là del rilancio dei consumi, la crescita della domanda passa attraverso l'aumento degli investimenti, sia pubblici che privati, tra l'altro tra i più colpiti dalla crisi. La ripresa di questi ultimi consentirebbe di innescare il circolo virtuoso della crescita che alimenterebbe sia la domanda che la competitività di tutto il sistema. In questo clima di ritrovata fiducia, anche i privati riprenderebbero ad investire.

Perché questo possa avvenire, è importante garantire un adeguato accesso al credito alle aziende. Senza sufficiente liquidità per investire e innovare, le imprese europee rischiano di perdere non solo la sfida globale ma anche di compromettere la sfida in casa, a fronte di prodotti stranieri più economici e innovativi. Il sistema finanziario deve essere messo nelle condizioni di canalizzare verso le imprese la liquidità di cui dispone. Confido che il lavoro sull'Unione bancaria porti i sui frutti quanto prima su questo fronte così come le recenti iniziative intraprese dalla Banca centrale europea.

Dobbiamo anche lavorare per migliorare il rapporto banche-imprese, colmando il deficit informativo delle banche verso le Pmi e viceversa, e rafforzare nuovi canali di finanziamento alternativi, come le obbligazioni per le pmi e un ricorso più strutturato al venture capital e al crowdfunding.

Il rilancio della competitività necessita di un contesto amministrativo più favorevole alle imprese. È fondamentale ridurre le tasse sul lavoro e sui fattori produttivi, ma anche sprechi ed inefficienze. Una Pubblica Amministrazione efficiente è strumentale alla crescita delle aziende, sia in termini economici che occupazionali. Dobbiamo ridurre i tempi di concessione delle licenze, rendere più efficiente il sistema giudiziario e ridurre il fardello burocratico che pesa sui nostri imprenditori.

Inoltre, la bolletta energetica è sempre più cara in Europa, soprattutto se paragonata a quella dei nostri competitor nel mondo. Nella stessa Ue, i prezzi variano notevolmente da un Paese all'altro, riflettendo le differenze nella produzione, nella tassazione e nella ripartizione delle sovvenzioni per le energie rinnovabili. Nonostante un generale aumento dell'efficienza energetica in molti settori industriali, l'aumento dei prezzi di elettricità e gas ha influenzato negativamente i costi di produzione e la competitività delle nostre imprese, specialmente nei settori ad alta intensità energetica.

Oltre a queste difficoltà, esistono fortunatamente segnali positivi. Il nostro sistema industriale ha ancora vantaggi competitivi in numerosi settori ad alta e medio-alta tecnologia con una forza lavoro mediamente più qualificata che altrove. Dobbiamo quindi insistere sui punti di forza e allo stesso tempo investire nella formazione dei nostri giovani, nell'innovazione, nelle infrastrutture e nell'internazionalizzazione. Sono queste le ricette per guadagnare competitività e aumentare la nostra presenza sui mercati mondiali, dove si concentrerà gran parte della crescita nei prossimi anni. In conclusione, per ritornare a crescere.

Ferdinando Nelli Feroci è commissario europeo per l'Industria e l'imprenditoria

Il sito Insula europea (http://www.insulaeuropea.eu/) ha pubblicato un breve saggio di Silvio Mignano dal titolo "Sotto un’incessante pioggia tropicale. Morto il grande Gabo, che cosa resterà del realismo magico latinoamericano".

Il testo (in PDF), incentrato su alcuni aspetti della letteratura latinoamericana contemporanea, può essere scaricato dal sito http://www.insulaeuropea.eu/letture/pio … ignano.pdf

Sulla prima pagina de "La Stampa del 1 settembre 2014 è stato pubblicato l'editoriale di Roberto Toscano dal titolo "La trappola della paura".


La Stampa 1.9.2014 (pag. 1)
La Trappola della Paura

In un suo intervento di venerdì scorso, Obama – mai come oggi oggetto di critiche sia interne che internazionali – ha cercato di difendere il proprio operato. 

Il presidente Usa ha contestato l’opinione, oggi prevalente, di un peggioramento generalizzato della situazione sia in America che a livello mondiale. E’ certamente giusto, come ha fatto ieri Paolo Mastrolilli su queste pagine, rilevare come il fatto stesso che Obama abbia ritenuto necessario effettuare questo intervento confermi le pesanti difficoltà, e anche le evidenti sconfitte, che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare la sua amministrazione.

Faremmo però male a non prendere in considerazione il messaggio di Obama, seppure al netto dello scoperto intento politico.

Quando dice che in questi giorni «hai la sensazione che il mondo stia cadendo a pezzi» il Presidente americano dice infatti una cosa verissima su cui sarebbe opportuno riflettere, anche se non si può evitare di rilevare la fragilità dell’argomentazione secondo cui il prevalere di visioni negative sarebbe in gran parte il prodotto del modo in cui i media descrivono la realtà dei nostri giorni.

Non si tratta certo di contestare la gravità di quello che sta succedendo dall’Ucraina all’Iraq. Si parla del «cancro» dello Stato Islamico, che secondo i critici repubblicani di Obama andrebbe senza indugi eliminato con una radicale operazione (naturalmente militare), e certo qualcuno finirà per ricorrere al parallelo di un altro flagello che ci preoccupa in questi giorni, l’ebola. Volendo indulgere al vezzo dei paralleli medici, forse quello che sta avvenendo è invece che una serie di crisi, di infezioni di per sé limitate e non necessariamente collegate fra loro, minaccia di produrre una sorta di micidiale setticemia del sistema internazionale, sempre più ingovernabile. 

Non è sempre vero che, per citare Franklin Roosevelt, l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa. Le crisi sono vere, le minacce serie e molteplici, e tuttavia in questi giorni viene da pensare che il diffondersi di certe visioni apocalittiche finisca per paralizzare la volontà di agire in risposta alle sfide. In un suo blog dal titolo «Archetipi», un professore dell’Università di Pennsylvania, Michael Brenner, scrive che l’opinione pubblica americana – formata dalle versioni hollywoodiane della storia piuttosto che da una sua diretta conoscenza – vede l’avanzata dei jihadisti dello Stato Islamico come il travolgente attacco di Aqaba in Lawrence d’Arabia (Peter O’Toole) o quello delle orde beduine del Mahdi (Laurence Olivier) del film Khartoum. Ma il timore più profondo è la combinazione della violenza fanatica di stampo premoderno insieme ad, come nel caso dell’11 settembre, una capacità di colpire ovunque utilizzando i più sofisticati strumenti tecnologici: qui sia Al-Qaeda che lo Stato Islamico sollevano l’immagine bondiana della Spectre.

Un nemico travolgente, demoniaco, forse inarrestabile. 

E’ proprio qui che la percezione, quando diventa apocalittica, si ripercuote sulla capacità di reagire, e non solo militarmente.

In uno dei suoi brillanti interventi satirici, Jon Stewart ha mostrato un «blob» delle notizie diffuse dalle televisioni americane – in una sorta di gara di catastrofismo – sull’avanzata dei jihadisti, e ha commentato: «Ma se davvero le cose stanno così, se questi sono davvero inarrestabili, che senso ha discutere su come reagire? Arrendiamoci!».

Sembra purtroppo che non si sia in grado, e non solo in America, di sfuggire alla disastrosa alternativa fra silenzio e toni drammatici. Ci concentriamo sulla «crisi del giorno» in modo spasmodico e sovreccitato, per poi dimenticarla una volta superata la fase più acuta, dimenticando che le ragioni che hanno prodotto lo scoppio della crisi rimangono da affrontare, non con le bombe ma con la politica. Per fare un solo esempio, si può stare certi che, se la tregua terrà, Gaza scomparirà dagli schermi. Soffriamo tutti della sindrome della «soglia di attenzione limitata», e dico «tutti» perché sarebbe scorretto attribuire le responsabilità esclusivamente ai media, dimenticando il ruolo dei politici e dello stesso pubblico, uniti nel gusto per la facilità e l’immediatezza e dall’avversione per la riflessione approfondita sui problemi e le opzioni politiche. 

Non si chiede certo a politici, ai media e ai «consumatori» delle notizie di concentrarsi solo su dettagliate – e pesanti – analisi ed approfondimenti, o peggio ancora sulle notizie positive ed edificanti, ma per una conoscenza non episodica ed epidermica della realtà sarebbe quanto meno importante seguire con più serietà e continuità il filo delle crisi, e riflettere anche su come in molti casi si sia riusciti ad uscirne. 

Perché l’America Latina si è liberata dall’alternativa dittatura/guerriglia che tanto a lungo ne aveva caratterizzato la storia politica? Come si è stabilizzata l’Albania, che solo pochi anni fa sembrava destinata all’instabilità e a riversare sull’Italia migliaia di migranti? Come mai in Indonesia, il più popoloso Paese islamico, non prevale il fondamentalismo? Come si è passati da dittatura a democrazia a Taiwan e in Sud Corea?

Riflessioni ed approfondimenti di questo tipo potrebbero essere utili per fornirci indicazioni su come affrontare le crisi presenti, e nello stesso tempo per contribuire a smentire le profezie apocalittiche, pericolose perché tendono ad auto-realizzarsi. 

Roberto Toscano

Sul Corriere della Sera (Pagina 39) del 31 agosto 2014, Antonio Armellini ha pubblicato un articolo dal titolo "Ruolo in divenire, con molti ostacoli" dedicato alla nomina del Min. Mogherini ad Alto Rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza.



Ruolo in divenire, con molti ostacoli
   
Matteo Renzi è riuscito a riprendere le fila di una candidatura che sembrava finita nelle secche: Federica Mogherini è la nuova Alto rappresentante della Politica estera e di sicurezza comune (Pesc). Da qui al 1° novembre, quando entrerà in carica la nuova Commissione, dovrà affrontare il passaggio insidioso della conferma da parte del Parlamento europeo: l'Assemblea di Strasburgo si è sentita defraudata nel processo che ha portato alla designazione di Claude Juncker ed è in cerca di vendette, ma sarebbe sorprendente e immotivato che decidesse di riproporre con l'Italia un nuovo caso Buttiglione. Non dovrà attendersi sconti neanche da parte dei governi: per chi avesse nutrito dubbi al riguardo, i recenti editoriali de Le Monde e dell'Economist hanno provveduto a fugarli. Le riserve sulla sua inesperienza sono state superate dalla logica dei fatti. Che l'Ue non volesse un Alto rappresentante di grosso profilo (capace di fare ombra ai governi nazionali, come sarebbe stato ad esempio nel caso di un D'Alema) era chiaro: la Mogherini potrà mancare (per ora) di gravitas , ma che mastichi da tempo di problemi internazionali (ben più di quanto ne masticasse all'epoca la baronessa Ashton) è un fatto incontrovertibile: essere esperti a quarant'anni non è proibito. Quanto alle accuse di cedevolezza nei confronti della Russia, la crisi ucraina ha imposto un ripensamento su una situazione che rischia di farsi sempre più conflittuale. Bisognerà dosare attentamente fermezza e ragione e l'Italia, fra gli altri, lo ha fatto. Una cosa è certa: se al timone della Pesc fosse approdato uno dei sostenitori di una chiusura più netta nei confronti di Mosca, l'Ue avrebbe rischiato di cadere in un crogiuolo di pressioni nazionali incrociate, in cui difesa della democrazia, interessi economici e risentimenti antichi si sarebbero intrecciati in una sicura ricetta di impotenza. Meglio, molto meglio una Mogherini piuttosto che un Alto rappresentante come il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski (di cui si era fatto fra gli altri il nome), per permettere all'Europa di seguire una linea in cui la necessaria fermezza non comporti necessariamente la rinuncia alla politica. Federica Mogherini sarà il primo vicepresidente della Commissione, presiederà le riunioni dei ministri degli Esteri dell'Ue e sarà a capo del Seae (Servizio europeo per l'azione esterna), un vero e proprio Servizio diplomatico che si affianca a quello dei Paesi membri in centotrentanove Paesi. Una macchina di tutto rispetto, con la quale dovrà cercare di far sentire la voce dell'Europa sui maggiori temi internazionali, assicurandole ruolo e visibilità nelle aree di crisi. Il problema è che a un impianto ambizioso corrisponde una realtà ben più magra. La Pesc è una ulteriore manifestazione della tendenza, fortemente radicata nella storia dell'integrazione europea, di creare istituzioni prima che se ne determini la sostanza, nell'aspettativa che le prime favoriscano l'emergere della seconda. Nelle prime fasi dell'integrazione europea la cosa ha a lungo funzionato ma, con la divaricazione delle agende politiche a seguito dei vari allargamenti, ha mostrato sempre più la corda. La Pesc non può essere una premessa, bensì una conseguenza dell'unione politica; fino a quando questa non ci sarà (e oggi non c'è) sarà condannata a cedere il passo alla politica estera degli Stati nazionali. Quando si parla di politica di sicurezza, il discorso passa necessariamente da Londra e da Parigi. Sulla politica estera, la primazia francese è andata sbiadendo in favore della Germania che è divenuta il vero, ancorché riluttante (per ora) dominus della politica europea. Si aggiungono di volta in volta altri comprimari, fa cui l'Italia, in funzione di esigenze e progetti specifici. È inutile allora, la Pesc? A parte le occasioni in cui riesce a esprimere un minimo denominatore comune su temi internazionali, e la (incerta) collaborazione con la Commissione in settori quali i negoziati commerciali tipo Doha Round o le politiche di cooperazione allo sviluppo, la sua vera forza sta nel fornire una piattaforma di confronto e coordinamento costante fra le diverse posizioni: non sempre si riesce ad arrivare a una visione comune, ma lo scambio permette di comprendere meglio le priorità di ciascuno e, più spesso di quanto non si creda, smussare divergenze. Nei diversi fori informali in cui l'Europa è presente attraverso alcuni soltanto dei suoi membri, l'Alto rappresentante interviene in nome del resto, in modo da assicurare se non una impossibile unità, quantomeno una informazione condivisa. Dal «quartetto» sul Medio Oriente, ai negoziati con l'Iran, ai rapporti con le Nazioni Unite e la Nato, Javier Solana prima, e Catherine Ashton poi, sono riusciti ad affermare un diritto di presenza e di parola che sembrava in una prima fase impossibile. Se Federica Mogherini riuscirà a rafforzare ulteriormente questa dimensione di comprimario importante e allo stesso tempo di interlocutore indispensabile, ancorché non autonomo, potrà dirsi soddisfatta. Rimane la domanda se gli interessi dell'Italia sarebbero stati meglio serviti se, anziché un incarico dall'elevato prestigio formale e dalla sostanza in divenire, si fosse puntato su uno dei portafogli della Commissione (il commercio, la concorrenza o il mercato interno, ad esempio) più direttamente collegati ai nostri interessi. È una domanda che non dovrebbe essere rivolta al nuovo Alto commissario, cui resta solo da fare auguri sinceri di buon lavoro: essa riguarda semmai chi ha fortemente voluto questa candidatura imponendola con successo, contro tutto e tutti.

Armellini Antonio

Il 30 luglio Roberto Toscano ha pubblicato su La Stampa (pag.1) un editoriale dal titolo "Non è Guerra Fredda ma la tensione sale"


Non è Guerra Fredda ma la tensione sale

La Stampa 30/07/2014

La crisi ucraina, qualsiasi cosa si pensi delle sue origini e dei contrapposti interessi che la definiscono, ha senza dubbio confermato la spinta neo-imperiale di Putin. E ha evidenziato l ’ambizione del capo del Cremlino di rendere reversibile quella che lui ha definito «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo», la fine dello Stato sovietico. La sfida allo status quo europeo è seria, gravida di pericolosi sbocchi, e secondo alcuni osservatori starebbe addirittura iniziando una nuova Guerra Fredda.
Da ieri un nuovo elemento sembrerebbe essersi aggiunto a sostegno di questa tesi. Si tratta della denuncia americana secondo cui la Russia avrebbe violato, effettuando lanci di prova di missili Cruise, il Trattato Inf sulle forze nucleari di medio raggio. Si tratta davvero, per citare le parole del portavoce americano, di «una questione molto seria»? E’ effettivamente minacciato un trattato che nel 1987 aveva messo fine ai dieci anni di aspra tensione sulla questione degli SS-20 sovietici e degli euromissili destinati a controbilanciarli?
Va detto per prima cosa che la questione sarà magari seria, ma certamente non è nuova. Chi segue le tematiche del disarmo sa che nel periodo post-sovietico (in particolare nel 2004 e 2007) Mosca ha ripetutamente manifestato il suo disagio nei confronti del trattato, minacciando di denunciarlo. La prima motivazione delle critiche russe al trattato si riferiva al fatto che l’impegno a non collaudare e schierare missili a medio raggio (tra i 500 e i 5.500 km) non coinvolgeva la Cina e non le imponeva analoghe limitazioni, creando quindi per la Russia una situazione di inferiorità nei suoi confronti. I russi hanno poi collegato la questione del Trattato del 1987 ai piani americani di schierare in Europa un sistema di difesa antimissile, sostenendo che missili di media gittata potevano rendersi necessari, in un discorso di equilibri strategici, per colpire quel sistema di difesa al fine di impedirgli di intercettare missili intercontinentali russi lanciati in risposta ad un eventuale «primo colpo» nucleare americano. Scenari allucinanti, come del resto tutto il discorso della deterrenza nucleare, solo apparentemente accantonato dalle due parti con la fine dell’Urss. E inoltre la questione è meno nuova di quanto non si possa pensare anche per quanto riguarda gli Stati Uniti, dato che allarmi e denunce americane su possibili violazioni del Trattato da parte di Mosca risalgono al 2008.
Ma forse è proprio perché il problema viene da lontano, ed era stato finora gestito senza eccessive drammatizzazioni, che è giustificato preoccuparci. L’equilibrio strategico tra Washington e Mosca non sarà sostanzialmente alterato da qualche missile Cruise, ma quello che da qualche tempo viene quasi quotidianamente intaccato è il clima politico fra Russia e Stati Uniti, con una reciproca perdita di fiducia e una pesante riduzione della disponibilità al dialogo. I problemi non sono sempre nuovi, ma lo è il modo aspro e polemico di affrontarli.
Al di là dei complessi discorsi in materia di controllo degli armamenti, non dovremmo dimenticare l’importanza politica del complesso degli accordi in materia strategica fra Usa e Urss. Colpisce riguardare la foto scattata a Washington l’8 dicembre 1987, con Reagan e Gorbaciov che firmano sorridenti il Trattato Inf: i leader di due Paesi ancora nemici, ancora contrapposti ideologicamente e militarmente, convergono – inevitabilmente accettando compromessi – sulla necessità di abbassare il livello della tensione e di ridurre le occasioni di scontro militare. Se la tensione odierna fra russi e americani si estende al terreno del controllo degli armamenti – per definizione un tema di mutuo interesse al di là delle rivalità geopolitiche e delle contrapposizioni ideologiche – vuol dire che la situazione è davvero pesantemente inquinata e difficilmente sanabile.
Invece del «reset», il rilancio dei rapporti fra Washington e Mosca ipotizzato nel 2009, abbiamo un inasprimento generalizzato, e risulta oggi del tutto fantapolitico immaginare una foto di Obama e Putin rilassati e sorridenti che firmano un qualsiasi tipo di intesa.
Magari non si tratta di una nuova Guerra Fredda (Mosca non può certo sfidare globalmente Stati Uniti ed Europa né ideologicamente, né economicamente, né militarmente), ma sembra di poter dire che il dopo-Guerra Fredda abbia lasciato il posto a una fase difficile da definire, ma certo caratterizzata da grandi incertezze e grandi rischi.

Roberto Toscano

Sulla prima pagine della Stampa del 27 luglio 2014 è stato pubblicato l'editoriale di Roberto Toscano dal titolo "Gli antisemiti e il pretesto del conflitto"


27/07/2014 (pag.1)
Gli antisemiti e il pretesto del conflitto


Basterebbe lo stillicidio di perdite umane per considerare la crisi di Gaza come una calamità sia politica che morale. Ma non basta. Non solo la cosiddetta comunità internazionale non sembra in grado di farsi carico di una strategia capace di contribuire a mettere fine a un conflitto palesemente senza sbocchi per nessuna delle parti coinvolte, ma nello stesso tempo le tossine messe in circolazione dal conflitto si trasmettono inevitabilmente ben al di là dei territori dove esso si svolge. 

In Francia le manifestazioni anti-israeliane sono in qualche caso degenerate in attacchi antisemiti, mentre i genitori dei bambini nelle scuole ebraiche esprimono preoccupazioni per la loro sicurezza. In Germania – il Paese che, con buona pace di un buontempone nostrano, non solo non ha mai negato l’esistenza dei campi di sterminio, ma ha assunto su di sé l’onere della colpa storica della Shoah – un gruppo di manifestanti ha marciato scandendo l’osceno slogan: «Hamas, Hamas, Juden ins gas» (gli ebrei al gas). 

In Europa sta forse crescendo l’antisemitismo? E che legame esiste fra l’antisemitismo e il conflitto israeliano-palestinese?

Si potrebbe rispondere che l’antisemitismo in Europa non è mai del tutto morto, nonostante la tragica lezione della storia. Anzi, come dimostra il caso di alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale, ci può essere antisemitismo anche laddove non ci sono più ebrei. 

Anche l’aberrante miscela fra un certo radicalismo anti-imperialista e antisemitismo filonazi non è nuova. Viene da ricordare uno dei fondatori della Rote Armee Fraktion, l’avvocato Horst Mahler, passato dal terrorismo di ultrasinistra all’antisemitismo negazionista e alla iscrizione al Npd, partito neonazi, e un altro avvocato, Jacques Vergès, fra i cui clienti (non sembra difesi solo in chiave professionale) vi erano tanto il terrorista filopalestinese Carlos che il boia nazista Klaus Barbie.

Proprio perché la bestia dell’antisemitismo non è mai scomparsa, ma è invece sopravvissuta annidata nelle fogne dell’incultura e della violenza, è urgente tracciare senza ambiguità un confine invalicabile fra antisemitismo e critiche alla politica e alle azioni di Israele. 

Sono tante le voci, in Israele, che esprimono dubbi, critiche, condanne: i giornalisti di Haaretz, che denunciano il bombardamento indiscriminato di Gaza: i movimenti pacifisti e per i diritti umani; Avraham Burg, ex presidente dell’Agenzia Ebraica e per alcuni mesi addirittura presidente della Repubblica, secondo cui il sionismo – nato per fornire agli ebrei, con la creazione di uno Stato ebraico, una protezione contro le secolari persecuzioni cui sono stati sottoposti – oggi ha finito ingiustamente e paradossalmente per far ricadere sugli ebrei ovunque le conseguenze della politica seguita dallo Stato di Israele nei confronti dei palestinesi. 

E questo non è vero solo in Israele, ma anche negli Stati Uniti e in Europa, dove non mancano certo gli ebrei che esprimono critiche anche dure in relazione al dramma di Gaza e in generale alla questione palestinese. Tante voci ebraiche, che risulta ridicolo cercare di squalificare con la contorta definizione, inventata dalla destra ebraica negli Stati Uniti, di «self-hating Jews», ebrei che odiano se stessi. A noi invece viene il sospetto che siano proprio loro che hanno più a cuore il destino dell’ebraismo e degli ebrei in Israele e nel mondo.

Nel momento in cui senza indulgenze dichiariamo inammissibile passare dalla critica, e anche dalla condanna, a quanto sta accadendo a Gaza all’antisemitismo, dobbiamo però condannare con altrettanta chiarezza l’operazione disonesta di chi cancella quell’invalicabile confine partendo dalla parte opposta. 

È logicamente insostenibile e politicamente indecente definire antisemita chiunque osi opporsi ad un’occupazione che dura dal 1967, chi ritiene che l’espansione dei settlements renda del tutto fraudolenta la proposta dei due Stati, chi fa notare che quando a Gaza le morti fra la popolazione civile sono l’80 per cento del totale delle perdite umane diventa assurdo definirle «danno collaterale», chi si preoccupa che sul piano politico l’unico risultato di questa operazione, presentata come anti-Hamas, finisca inevitabilmente per produrre non solo a Gaza ma anche nel West Bank il rafforzamento dei fondamentalisti di Hamas e in parallelo l’indebolimento di Abu Mazen. 

Le critiche a Israele, infatti, non dovrebbero certo farci dimenticare l’oltranzismo di Hamas, che insiste nei suoi insensati lanci di razzi, che continua a negare il diritto di esistenza di Israele anche nel momento in cui accetta un compromesso con i moderati dell’Autorità Palestinese, che prefigura nel suo esercizio del potere a Gaza un regime che non auguriamo certo al popolo palestinese. E allora dovremmo ricordare che non sono certo i moderati che prevalgono quando si combatte, soprattutto in presenza di una macroscopica asimmetria di potenza militare e di un conflitto con strazianti perdite di civili. Per questo motivo, se non si è sensibili a considerazioni umanitarie, si dovrebbe almeno essere sensibili al realismo: l’operazione militare contro Gaza si concluderà probabilmente con una vittoria tattica di Israele, ma con una sua sconfitta strategica, fra l’altro con una perdita di appoggio e consensi anche da parte di chi, in Europa ma anche in America, sarebbe difficile definire come «nemico di Israele», se non addirittura antisemita. Il problema va oltre Gaza e la dimensione militare dello scontro e anche oltre la problematica umanitaria. Lo conferma il fatto che il segretario di Stato Kerry ha detto ieri che se non si troverà uno sbocco politico al conflitto israelo-palestinese Israele diventerà uno «Stato di apartheid». La sua, e la nostra, è una preoccupazione per Israele, non contro Israele.

Andrebbe anche riletto quello che Hannah Arendt scrisse, nel momento della fondazione dello Stato di Israele: che senza un accordo con gli arabi Israele sarebbe stato destinato a dipendere per la sua sopravvivenza dalla protezione, inevitabilmente aleatoria, degli Stati Uniti, e a convertirsi in «una Sparta» obbligata a dare assoluta priorità alle esigenze di autodifesa. 

E’ vero che una soluzione politica è estremamente problematica, e non esclusivamente per responsabilità di Israele, ma sulla base dei fatti sembra difficile negare che l’idea di una soluzione militare sia del tutto illusoria.

Roberto Toscano

Su La Repubblica del 25 luglio 2014 (a pag.31) l'Ambasciatore Ferdinando Salleo ha pubblicato un articolo dal titolo "Le crisi del mondo e il controllo popolare".


LE CRISI DEL MONDO E IL CONTROLLO POPOLARE

Per quanto sembri paradossale, un risultato, tra i tanti, della tecnologia che influenza i rapporti tra le nazioni nel mondo globalizzato è la progressiva formazione di una sorta di opinione spontanea che travalica le frontiere, si forma attraverso i media elettronici che raggiungono popolazioni lontane e gruppi sociali apparentemente isolati sfidando la più occhiuta censura. Come se, ben al di là di quanto avviene nel mondo degli affari, sia apparso poco per volta uno strumento del controllo popolare della politica internazionale di cui ormai tutto è noto a tutti in tempo reale e persino nel dettaglio, le trame, i rischi e le prepotenze, lo spionaggio e i suoi danni.
Di fronte alle rivolte "di colore" dell' Europa Orientale e alle "primavere arabe", dalla guerra ucraina agli scambi di accuse per l' abbattimento dell' aereo malaysiano, dagli orrori del "califfato" irakeno-siriano allo scontro tra Israele e Hamas, dalle polemiche sulla privacy per il caso Snowden alle decisioni dei vertici dell' Unione Europea che, insensibili agli sbarchi dei disperati, si trincerano nell' austerità che tocca da presso la vita di milioni di cittadini, emerge proprio una forma avanzata di controllo popolare immediato che non esita a produrre effetti politici internazionali.
Non sono più solo gli osservatori esperti e attenti che orientano il potere, ma sono piuttosto le masse, divenute in vario modo protagoniste e consapevoli, a coagulare l' opinione a diversi livelli, specie tra i giovani che seguono ogni giorno i cosidetti social media, in cui appaiono con evidenza visiva le dichiarazioni, le decisioni e la loro attuazione, le mosse tattiche dei governi e dei loro esponenti: i popoli ne deplorano l' indecisione, ne temono l' improntitudine o la prepotenza e, infine, ne valutano i risultati, i successi come le sconfitte. Sono costo- che influiscono, alla fine, sulle decisioni da prendere, in democrazia con il voto, altrove con la sommossa.
Non si tratta del "culto della rete" dove il mezzo di comunicazione oscura il messaggio, destinato comunque a restare carente nella trasparenza e soggetto a manipolazioni, quanto di un fenomeno che si allarga in cerchi concentrici d' opinione diffusa e d' intensità diversa - dagli avvenimenti vicini a quelli di portata più vasta - un fenomeno di cui sembra che i governi si curino solo quando le elezioni si avvicinano o l' inquietudine popolare si accende oltre lo scontento. Né si tratta di trasferire la politica estera al metodo plebiscitario che tanti danni ha fatto nei secoli, ma di accettare con realismo, nella paralisi dell' organizzazione mondiale, la vastità della conoscenza e la diffusione del giudizio del mondo. Anzi, proprio sotto la spinta del movimento d' opinione sono nate la condanna della pena capitale e la principale innovazione che le Nazioni Unite hanno dato al diro ritto internazionale: la "responsabilità di proteggere" gli oppressi, passo importante per l' affermazione dei valori umanitari.
Governi e popoli sono giudicati nel mondo per quel che fanno, non solo e non tanto per quel che dicono o per le ragioni che invocano, soppesate anch' esse senza pietà. Accade così che il prestigio e l' autorevolezza dei massimi dirigenti e dei loro Paesi, delle società che li esprimono, sia rimesso in causa anzitutto in patria e poi nel mondo ogni giorno cosicché il patrimonio dell' ormai famoso soft power di Joseph Nye influisca potentemente sull' autorità dei governi e quindi sulla potenza delle nazioni.
Le conseguenze si manifestano ben presto se le incongruità appaiono palesi dinanzi al tribunale dell' opinione. Ne abbiamo avuto conferma quando la contraddizione tra i principi che propugniamo - libertà, diritti sociali, dignità e giustizia - sono apparsi in aperta contraddizione con la condotta dei governi che abbiamo appoggiato per decenni in nome della stabilità. Nel grande gioco della multipolarità le maggiori potenze dovrebbero saggiamente tenerne conto, anche se le popolazioni lontane non votano e si rivoltano soltanto contro i tiranni locali corrotti. Agendo nel segno del ripristino dell' antica potenza per acquistare popolarità, ad esempio, dopo aver ben giocato le carte siriana e iraniana, Putin è visto ora nel mondo come sovvertitore dell' ordine post-sovietico, destinato quindi a trovarsi stretto tra l' ostilità della, oggi dimenticata, Casa Comune europea e la potenza cinese, antica ossessione dei russi.
Non a caso, il monito del grande poeta tedesco August von Platen - "I trionfi valgono sconfitte quando il loro frutto consiste in lamenti e nello sconfinato odio del mondo" - risuonava quando la forza dei grandi e i dettami della geopolitica disponevano dei popoli a proprio gradimento. Era lontano il controllo popolare della politica estera. " Non sono più solo gli osservatori esperti che orientano il potere, ma le masse protagoniste e consapevoli a coagulare l' opinione a diversi livelli "

FERDINANDO SALLEO

Sul Corriere della Sera del 20 luglio 2014, Antonio Armellini ha pubblicato un articolo dal titolo


L'ITALIA, LA UE E GLI ALTRI
«Mister Pesc» non è una carica vuota


Obama chiede all'Europa cosa intende fare per porre un freno all'aggressività di Putin e salvaguardare i propri interessi vitali, ma il famoso «numero di telefono» evocato da Henry Kissinger resta muto. L'Alto rappresentante per la Politica estera comune dell'Ue (Pesc) è il primo vicepresidente della Commissione, presiede i Consigli dei ministri degli Esteri e può contare su un proprio servizio diplomatico che si aggiunge - a volte con qualche contraddizione - a quelli degli Stati membri ma, quanto alla sostanza, sconta il fatto che in materia di politica estera il ruolo dell'Unione è rimasto largamente allo stato di buone intenzioni e, al di là di quanto stabilito dai Trattati, le redini rimangono saldamente nella mani dei governi nazionali. Il presidente americano lo sa bene ed è ad Angela Merkel che si rivolge soprattutto per ottenere assicurazioni e garanzie, con al massimo il coro di sottofondo della Presidenza italiana. Per l'Europa tuttavia lo smacco è forte: nemmeno quest'ultima crisi è riuscita a indurre i Ventotto ad una decisione. Riempire di contenuti una scatola come la Pesc, potenzialmente importante ma esposta al rischio della marginalizzazione, dipende certo dalla volontà di chi la ha costruita ma in misura non minore dalla capacità di chi ne è posto alla guida. Il suo primo responsabile, lo spagnolo Javier Solana, aveva una caratura politica alta che gli aveva permesso di accentuarne visibilità e autorevolezza, lasciando intravvedere la possibilità che l?Ue acquisisse un proprio profilo nella gestione delle principali crisi internazionali, a partire dal Medio Oriente ma non solo. È stato forse per questo che nella scelta del successore gli stati membri si guardarono bene dal seguire la stessa strada: alla candidatura di un Tony Blair che avrebbe potuto imprimere alla Pesc un salto di qualità, preferirono quella di Catherine Ashton proprio in nome della sua relativa oscurità e inesperienza. Cosa questa che non le ha impedito di svolgere il suo compito con maggior merito di quanto molti ingenerosamente le rimproverano: la scatola, però, è rimasta semivuota. Il pasticcio intorno alla mancata nomina di Federica Mogherini ha avuto il risultato di far apparire come cruciale un incarico in cui ai molti orpelli formali ha fatto da contrappunto una sostanziale carenza di contenuti. Le obiezioni di inesperienza ed età troppo giovane rivolte da alcuni Paesi al nostro ministro degli Esteri fanno sorridere: se l?intenzione fosse stata stavolta quella di fare della politica estera comune una cosa vera, simili ragionamenti avrebbero potuto avere una qualche giustificazione, ma così non è. Per tradurre la sensazione di urgenza in operatività politica la strada è tutta in salita: nessuno è disposto a porre a fattor comune quel poco o quel tanto di influenza di cui pensa di disporre. Se coerenza valesse, le opinioni espresse sul nostro ministro degli Esteri avrebbero dovuto paradossalmente costituire altrettanti punti di forza, proprio in relazione alla sua natura di nome nuovo e ancora, come dire, non testato. Ma la coerenza non è stata di casa in questa vicenda, al di là delle trappole negoziali nelle quali siamo riusciti a infilarci da soli . La crisi ucraina introduce elementi di complessità maggiori, ma l'accusa rivolta da alcuni dei Paesi baltici all'Italia di cedimenti filo-russi è un po' come parlare a nuora perché suocera intenda. È a Berlino e alla sua Cancelliera di ferro che avrebbero dovuto essere semmai rivolte preoccupazioni di questo tipo (e lei peraltro non ha tardato a recepirle, magari strumentalmente), ma qui baltici e polacchi si sono guardati dall'entrare in un terreno ritenuto minato preferendo trincerarsi dietro la foglia di fico italiana (con qualche incoraggiamento americano). È comprensibile che per i Paesi dell'Est il rapporto con la Russia rifletta un trauma ancora non del tutto superato; non è tuttavia immaginabile che questo aspetto possa condizionare una componente essenziale della proiezione esterna dell'Ue. Il Muro di Berlino è caduto da più di vent'anni, la democrazia regna in Europa a Est come a Ovest e nostalgie e revanscismo non devono trovare casa, quale ne sia la matrice. È possibile come si è sussurrato che a Bruxelles, a parte i giochi di disturbo italo-italiani, vi sia stata una qualche regia occulta del ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, frustrato nell'ambizione di ottenere un ruolo europeo per sé. Sikorski è una personalità di indubbio spessore, che ha dimostrato intelligenza nella conduzione della politica estera del suo Paese, ma dietro il quale traspare ogni tanto la scorza nazionalista e francamente reazionaria che colpiva quanti (come chi scrive) ebbero occasione di frequentarlo negli anni del suo esilio londinese. Alla Russia va fatto intendere che ci sono limiti da non superare, ma l'Europa non può prescindere dal rapporto con questo vicino: un irrigidimento come quello invocato da questi Paesi nuovi - al di là del loro legittimo interesse ad avere un maggior peso nella Commissione - non sarebbe contrario all?interesse dell'Italia, ma della credibilità politica dell?Unione europea nel suo complesso.Matteo Renzi ha annunciato di voler «lavorare utilmente» per imprimere un salto di qualità alla politica estera comune dell'Ue. A fine agosto dovrà decidere se insistere sulla linea dell'ostinazione nazionale, al di là del nome di chi sarà chiamato a guidarla, o accettare la logica comunitaria della mediazione sparigliando i giochi per assicurarsi in extremis altre posizioni. In ogni caso, sarà una bella sfida .

Armellini Antonio

Pagina 26
(20 luglio 2014) - Corriere della Sera

Sul La Stampa del 17.7.2014 Alessandro Minuto Rizzo ha pubblicato un articolo dal titolo "Il futuro della Nato non è solo questione di soldi". Qui di seguito il testo.


La STAMPA  17 luglio 2014

Alessandro Minuto Rizzo*

Il futuro della Nato non è solo questione di soldi

Tra cinquanta giorni il vertice dell'Alleanza in Galles. Più che di risorse, si dovrebbe discutere del peso politico dell'organizzazione, fondamentale per la prevenzione delle crisi

La tempistica è importante perché il summit della Nato in settembre, nel Galles, cadrà a ridosso della fine dell’operazione in Afghanistan, con la crisi ucraina ancora in corso. Tra cinquanta giorni esatti. A Kabul si sta cercando, faticosamente, di portare a termine la successione al presidente Karzai dopo il ballottaggio del mese scorso e si spera che non scoppi una gomma proprio in dirittura d’arrivo. In Ucraina, alla fine,  sembra evitata quella grande crisi che si profilava qualche mese fa.

Alla Nato arriverà come segretario generale Jens Stoltenberg, ex primo ministro norvegese. La vera domanda, però, è sul futuro dell’Alleanza. Che ultimamente arriva poco sulle prime pagine dei giornali, ma è stata chiamata la più grande alleanza politico-militare della storia ed ha rappresentato l’Occidente per almeno due generazioni. Il paradosso della Nato è che appare in decadenza, per mancanza di una vera leadership e di un orientamento chiaro, proprio quando nel mondo aumentano le incertezze. Non c’è bisogno di essere degli specialisti per vedere che l’instabilità cresce un po’ dappertutto.

Non minacce nel senso della guerra fredda, ma forse più subdole e minacciose. In poche parole c’è una crescente domanda, più o meno esplicita, per un centro internazionale che possa irradiare sicurezza. Cioè in fondo più Nato. Il Carnegie Endowment for Peace ha ripreso questo paradosso nel suo blog Strategic Europe. Si rimane un po’ confusi, allora: se c’è davvero esiste questa richiesta di sicurezza, qual è la ragione della decadenza?

Una prima risposta è che con il passare degli anni l’Alleanza ha acquisito caratteristiche marcatamente militari che all’inizio erano bilanciate anche  da forti obiettivi politici. Di conseguenza il dibattito interno si è spostato troppo sui bilanci della difesa, rispetto a tutto il resto; a questo punto è naturale che il Pentagono critichi gli europei per la diminuzione delle loro spese. Senza sottovalutare il tema, bisogna ricordare e far ricordare che, nel fondo, la volontà politica è più importante delle capacità militari. Ma perché ci siamo andati in Afghanistan? Beh, proprio per ragioni politiche. Non ci vuole molto per capire che ancor oggi Europa e Nord America sono più affini per valori ed interessi rispetto al resto del mondo. Ciò va ben oltre la dimensione delle forze armate.

E allora in che direzione andare in questo ostile “mondo di nessuno”? Appare chiaro il bisogno di un ritorno dell’Alleanza verso una maggiore dimensione politica, che però non verrà da sola. Se ci si riuscisse sarebbe la madre di ogni  sviluppo.

Le premesse ci sono. La rappresentatività dell’Alleanza rimane forte. Ha una vasta rete di partenariati nel mondo ed è significativo che Giappone ed Emirati Arabi Uniti vi abbiano appena aperto delle ambasciate. Teniamo bene a mente che in altre aree del mondo mancano “fornitori di sicurezza”, un dato preoccupante. L’Asia non ha niente di simile e neanche l’Africa.

Ci si può chiedere che ne è dell’Unione europea. L’Unione è  democratica e ha garanzie egualitarie, nello stesso tempo ha un processo decisionale complesso e manca una tradizione di gestione delle crisi. Ciò detto, è ragionevole pensare ad una divisione dei compiti tra le due organizzazioni. Può essere un bene o un male, ma l’Alleanza atlantica ha una struttura di “governo” più politica che giuridica ed una abitudine a muoversi  sulle cose concrete.

La gestione delle crisi è un tema di fondo, discusso senza mai arrivare a conclusioni. Sappiamo che le crisi hanno aspetti assai diversi e che la dimensione militare deve essere l’ultima istanza. Perciò l’Alleanza farebbe bene a riprendere quel discorso sull’“approccio complessivo”, un discorso che in passato non è andato lontano.

Ci si dovrebbe concentrare sulla prevenzione delle crisi, visto che c’è sia l’expertise che un ampio network di nazioni disponibili, oltre sessanta con i partenariati. Vi sarebbero quindi tutte le premesse per trattare questo tipo di “soft security”, con l’occhio navigato di chi ha una lunga esperienza da offrire agli altri.

Tra le altre cose manca una Fondazione della Nato, per cui l’Alleanza non figura fra i centri di pensiero in cui si dibattono i grandi temi internazionali. Una lacuna che non passa inosservata.

Cosa ricordare? Primo, che l’Alleanza atlantica è facile all’uso quando vi è consenso politico; secondo, che l’organizzazione ci appartiene a pieno titolo. E l’Italia può ben occupare un posto in prima fila.

* Alessandro Minuto Rizzo è stato vice-segretario generale della Nato dal 2001 al 2007

LA SCOZIA INDIPENDENTE CHE ORA FA PAURA

di Antonio Armellini - "Corriere della Sera"

8 settembre 2014

Per la prima volta dall'inizio della campagna il pendolo dei sondaggi si è spostato a favore della separazione della Scozia dal Regno Unito. Il margine è esiguo: 51 a 47%, curiosamente simmetrico a quello che solo pochi giorni fa dava la stessa percentuale a favore dei contrari all'indipendenza. Da qui al 18 settembre i sondaggi potranno cambiare ancora, ma è evidente che quella che era stata ritenuta una battaglia soprattutto di bandiera, con gli unionisti arroccati su un vantaggio di oltre venti punti, si è trasformata in una lotta Londra sembra essere stata colta di sorpresa: solo la City - da sempre attenta agli umori - aveva già da qualche giorno messo in cantiere misure difensive. L'esito finale sarà determinato dalla platea degli indecisi e molto sembra avere giocato l'andamento dei dibattiti televisivi tenutisi nelle scorse settimane. Il primo era stato nettamente favorevole agli unionisti; il secondo è stato perso malamente da Alistair Darling (cui David Cameron aveva affidato il compito di difendere le ragioni dell'unione), dando al Chief minister di Edimburgo Alex Salmond un vantaggio che si è affrettato a sfruttare. Il tema del recupero di una identità usurpata dallo strapotere inglese ha avuto un peso tutto sommato secondario: Braveheart è stato evocato meno di quanto accada fra i leghisti di casa nostra. Si è parlato di cose molto concrete, dal destino del Servizio sanitario nazionale a quello della sterlina, messi in pericolo da una possibile secessione ed entrambi ritenuti fondamentali anche nell'ipotesi di una Scozia indipendente. La pulsione nazionalista è rimasta sullo sfondo, mentre il tradizionale pragmatismo del Paese e il fatto che le identità regionali (non solo quella scozzese, ma anche quelle irlandese e gallese) abbiano ottenuto riconoscimenti via via crescenti, hanno indotto la campagna a puntare sulla promessa di vantaggi economici immediati per sfuggire alla trappola dell'indifferenza. La Scozia può già oggi contare su molte delle prerogative della sovranità: ha un suo ordinamento giuridico e lo stesso vale per la religione; la devolution ha attribuito al suo Parlamento poteri rilevanti; vi è persino una sterlina scozzese, anche se si tratta di una banconota priva di qualsiasi autonomia. Quali sono allora i punti forti della campagna per l'indipendenza? Il modello immaginato per la Scozia è stato paragonato a quelli di Paesi come la Norvegia o la Danimarca. Con la prima condividerebbe la prosperità assicurata dalla riserve petrolifere del Mare del Nord che, ancorché calanti, non dovrebbero più essere condivise con altri. Della seconda ricalcherebbe il modello socialdemocratico messo seriamente a rischio dall'egemonia tory: sarebbe stato proprio questo aspetto a indurre molti laburisti scozzesi a cambiare posizione ed esprimersi nei sondaggi per l'indipendenza. Diversamente da entrambe, sarebbe un membro attivo dell'Unione Europea, in antitesi alle posizioni del Regno unito. La separazione sarebbe «dolce»: la nuova Scozia sarebbe retta dalla Regina Elisabetta, manterrebbe come moneta la sterlina, la frontiera sarebbe aperta e verrebbe creato un mercato unico. Molto per certi versi, ma non abbastanza per giustificare un terremoto politico e costituzionale le cui conseguenze restano imprevedibili. Anche perché, al di là delle intenzioni, la separazione potrebbe rivelarsi assai meno amichevole. Lo strascico di polemiche, da parte di un'opinione pubblica inglese che avrebbe molta difficoltà a capire, rischierebbe di essere forte. Un'unione monetaria presupporrebbe un accordo da parte di Londra che al momento è tutt'altro che certo; senza contare che in tal caso il controllo della politica monetaria resterebbe nelle mani della Banca d'Inghilterra e ad Edimburgo non resterebbe che uniformarsi alle sue decisioni. Senza il voto scozzese il partito laburista sarebbe fortemente ridimensionato; lo spostamento della bilancia a favore dei conservatori nel parlamento di Londra renderebbe problematica la collaborazione con quello di Edimburgo. Industria e finanza in Scozia sono soprattutto inglesi e la separazione provocherebbe un esodo massiccio di cui si vedono già i segnali. Per Edimburgo l'indipendenza potrebbe rappresentare un salto nel vuoto pericoloso, ma non andrebbe sottovalutato l'impatto per il resto del Paese. Il Regno Unito rimasto sarebbe un Paese sminuito: senza contare la possibile deriva di Galles e Irlanda del Nord, immaginarlo membro permanente del Consiglio di Sicurezza e attore di primo piano sul piano internazionale sarebbe vieppiù difficile. Un'Inghilterra controllata da un partito conservatore senza più una vera opposizione potrebbe rendere concreta l'ipotesi di una uscita dall'Ue, con il rischio di erigere una vera frontiera proprio là dove la si vorrebbe mantenere virtuale. Uno scenario del genere potrebbe forse convenire a quanti vorrebbero per Londra un futuro da maxi-Singapore europea: un grande centro finanziario, con una forte omogeneità sociale e politica, con un sistema economico deregolamentato e liberista. Un piccolo-grande Paese: ricco senza dubbio e magari soddisfatto di sé, ma lontano da quella Gran Bretagna che ancora oggi rivendica il diritto di punch above its weight (farsi valere anche al di là della sua forza) in nome di un prestigio antico. Mancano diversi giorni e a Londra tutti moltiplicheranno gli sforzi per raddrizzare le sorti di una scommessa che si è fatta difficile; c'è da augurarsi che al momento del voto la spinta emotiva dei sondaggi ceda il passo a valutazioni più pacate. Una vittoria dell'indipendenza aprirebbe una pagina incerta per la Scozia e traumatica per il resto del Regno Unito; una vittoria dell'unione lascerebbe comunque dei segni e renderebbe inevitabile una riflessione in profondità sulle sue motivazioni e i suoi strumenti.

I CONFINI CREDIBILI DELLA NATO

di Roberto Toscano - "La Stampa"

8 settembre 2014


«Il piano di Putin per salvare la Nato» è il titolo provocatorio di un lancio della Bloomberg News sul vertice conclusosi a Cardiff venerdì. L'irredentismo revanscista di Putin sembra oggi confermare, infatti, che la Nato resta un'insostituibile garanzia contro l'alterazione violenta dello status quo geopolitico in Europa.
Rispondendo alla sfida di Mosca, la Nato avrebbe in questo modo l'occasione di rinnovare lo storico impegno che non solo ha scongiurato, negli anni della Guerra Fredda, un'aggressione sovietica, ma ha contribuito, come previsto nella geniale intuizione di George Kennan, alla sconfitta del sistema sovietico nella storica partita con l'Occidente.
Ma le cose non stanno esattamente così. Non solo perché la Russia di oggi non ha né il peso militare né le ambizioni ideologiche dell'Urss, ma perché è la stessa lettura della storia della Guerra Fredda a richiedere un'essenziale puntualizzazione.
L'Urss non è stata sconfitta dalla Nato, pure indispensabile per impedire a Mosca di spostare sul terreno militare la partita che non riusciva a vincere sugli altri terreni, quelli che sono poi risultati determinanti per l'esito del grande confronto: dall'economia alla società civile, dalla partecipazione dei cittadini allo spazio per la creatività degli intellettuali e all'innovazione dei tecnici.
A maggior ragione la partita con la Russia di Putin richiederà sì deterrenza e risposte alle sue provocazioni, ma solo se sapremo gestire la dimensione politica - ed economica - del confronto anche questa volta l'esito non sarà dubbio. Putin non ha causato la crisi politica a Kiev (lui si sarebbe tenuto volentieri Yanukovich), e ci sarebbero molte cose da dire, in chiave critica, sul comportamento dei vincitori della Guerra Fredda nei confronti della Russia. Ma Putin ha approfittato della crisi a Kiev per portare avanti con i fatti l'inammissibile pretesa «stile Milosevic» secondo cui ovunque ci siano russofoni è Russia. Si parla del sostegno militare che la Nato potrebbe fornire all'Ucraina anche senza una sua membership, ma non sarà certo la Nato ad aiutare Kiev a risolvere i suoi drammatici problemi economici e il problema della spaccatura, politica piuttosto che etnico-linguistica, fra Est e Ovest del Paese.
E servirà soprattutto la politica, una politica intelligente e non avventata, anche per far fronte al duplice compito di cui ha scritto Joseph Nye: «Contenere Putin e nello stesso tempo preservare sul lungo termine una relazione con la Russia». Dopo la fine dell'Urss, la Nato, in risposta sia a sollecitazioni americane sia nel tentativo di trovare una giustificazione alla propria esistenza cominciò ad impegnarsi in scacchieri lontani dall'Europa: allora si disse: «Out of area or out of business». Ma davvero oggi la Nato potrebbe permettersi di riprendere il suo core business sul continente europeo ignorando quanto avviene nel resto del mondo, e soprattutto in Medio Oriente?
Certo, se ci focalizziamo sui risultati dell'impegno Nato fuori area verrebbe spontaneo salutare molto positivamente quanto meno un suo ridimensionamento. Sarebbe difficile, per fare un solo esempio, considerare un successo il lungo e oneroso impegno Nato in Afghanistan, per nulla liberato dalla minaccia dei taleban e ancora profondamente instabile e spaccato lungo linee etnico-linguistiche e religiose.
«Torna a casa Nato», quindi?
In primo luogo questa opzione risulta oggi poco credibile dopo l'irrompere sulla scena dei jihadisti dello Stato Islamico, una minaccia che va ben al di là sia della Siria sia dell'Iraq e che rende inconcepibile un disinteresse della Nato. Ed infatti ben nove dei Paesi membri, fra cui l'Italia, hanno concordato, a margine del vertice di Cardiff, una «alleanza dei volonterosi» che molto ricorda quella della Prima Guerra del Golfo e che, pur non coinvolgendo formalmente l'Alleanza, ha preso corpo nel suo ambito ed in collegamento con essa.
Dovremmo inoltre introdurre a questo punto il discorso sull'interesse dell'Italia, membro non ambiguo dell'Alleanza ma proprio per questo autorizzato a portare avanti nel suo ambito i propri punti di vista. Mentre siamo concordi sulla necessità di fermare l'avventurismo putiniano sia tracciando una linea ferma (quella dell'Art. 5 del Trattato Atlantico) sia operando per rafforzare lo Stato ucraino, non sarebbe per noi accettabile un ripiegamento esclusivo della Nato sul suo originario mandato Est-Ovest. Non perché siamo ansiosi di ripetere altrove i costosi insuccessi degli impegni fuori area, ma perché è venuto il momento di definire meglio che cos'è «l'area Nato».
Se l'Afghanistan è indiscutibilmente fuori area, lo stesso non si può dire della Libia e più in generale del Mediterraneo, da dove provengono minacce sempre meno teoriche a quel «ventre molle» dell'Europa cui la Nato ha sempre prestato, nonostante i nostri frequenti ma inefficaci richiami, un'attenzione marginale.
In particolare, dopo avere contribuito con i suoi bombardamenti alla fine di Muammar Gheddafi, la Nato non può certo disinteressarsi al caos che ha preso il posto del dittatore.
Ci sarà molto lavoro da fare dopo Cardiff, e non solo per la Nato.

Il 29 giugno 2014 su "La Stampa", Roberto Toscano ha pubblicato un editoriale in prima pagina dal titolo "Stati Uniti e Iran errori convergenti"

La nuova pubblicazione sul IIC è stata inserita nel sito. Per quanto riguarda il manuale, non l'ho inserito perché non è esplicitato l'autore e in casi simili non ho inserito i testi. Purtroppo nelle pubblicazioni miisteriali questo accade spesso. Forse con il tempo questa tendenza sta cambiando o almeno cosí spero.

Fermo restando che @doc possa essere migliorato e ulteriormente messo a punto, credo che esso abbia rappresentato un importante passo in avanti nel modo di lavorare del MAE.
Come ogni cambiamento, il primo periodo è sempre caratterizzato da una certa resistenza, ma arriverà il momento in cui ci si chiederà come si faceva prima che @doc esistesse....
Detto questo credo che sia molto importante usare questo forum per raccogliere suggerimenti e casi concreti che, in uno spirito costruttivo, mi auguro che possano poi essere utilizzati per i necessari sviluppi e miglioramenti.